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Le moderne forme di schiavitù

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schiavismo del 21 secolo

 

Cos’è la schiavitù?
Si distingue la schiavitù da altre forme di violazione dei diritti umani per alcune caratteristiche:
-costrizione al lavoro mediante minacce e violenze fisiche e psicologiche;
-appartenenza ad un ‘datore di lavoro’ che ha completo controllo sul lavoro (tipo e durata) dello schiavo;
-essere comprati/venduti come ‘proprietà’;
-subire restrizioni fisiche e non avere più libertà di movimento.

 

 

 

Il fenomeno

La schiavitù purtroppo non è un ricordo di un barbaro passato, ancor oggi milioni di persone vivono questa in condizione anche se ufficialmente la schiavitù è condannata e vietata da tutti gli Stati.

Non si conosce il loro numero esatto di questi moderni schiavi, alcuni parlano qualche decina di milioni altri di centinaia e molti sono bambini. Questo perché la schiavitù è un fenomeno sommerso, vietato e ciò non di meno possibile proprio grazie alla connivenza di quelle autorità che dovrebbero combatterlo.

Le moderne forme di schiavitù prendono nomi diversi, schiavitù per debiti, servitù della gleba, lavoro coatto, sfruttamento sessuale, matrimonio forzato precoce, schiavitù per motivi rituali o religiosi, ma hanno tutte un comune denominatore: si tratta di costrizione al lavoro di esseri umani che sono diventati in qualche modo “proprietà” di un’altra persona.

Gli schiavi fanno sempre parte dei settori più poveri e vulnerabili della società. Si tratta in genere di appartenenti a gruppi con uno status sociale inferiore, a minoranze etniche o religiose, a opolazioni indigene o a gruppi nomadi, molto spesso donne e bambini. Essi però non diventano schiavi a causa della loro appartenenza, ma è questa che li predispone alla povertà e allo sfruttamento e quindi alla schiavitù.

Vecchia e nuova schiavitù
In passato il proprietario possedeva ‘legalmente’ gli schiavi che aveva spesso comprato ad un alto costo d’acquisto. Era quindi nel suointeresse ‘conservarlo’ nel miglior stato possibile, in modo da poter rifarsi del suo investimento. Ora gli schiavi, anche se sono resi e mantenuti tali sotto la minaccia costante della violenza, e spesso fisicamente imprigionati, non sono ‘proprietà legale’ di nessuno, ma sono costretti a lavorare senza per qualcuno compenso fino allo sfinimento. Sono schiavi ‘usa e getta’: costano poco, c’è ne sono in abbondanza, e quando non ‘funzionano’ più si abbandonano a se stessi. Altri li sostituiranno.

Le forme più comuni di schiavitù:
Schiavitù per debiti – E’ forse la forma di schiavitù più diffusa. Essa è legata ad un modello di prestito ad usura, sviluppato soprattutto in ambito rurale, secondo il quale quando le famiglie più povere ricevono prestiti da un proprietario terriero devono dare in cambio il lavoro gratuito di uno o
due dei suoi membri. Poiché in genere gli interessi applicati sono molto alti, le persone coinvolte sono costretti a lavorare a vita per il proprietario terriero. Esse sono tenute sotto sorveglianza, anche armata, e possono subire violenze fisiche e sessuali. A volte la famiglia non riesce a pagare il debito e la condizione di schiavitù si tramanda di padre in figlio. Oggi sono 20 milioni in tutto il mondo le persone schiave per debiti, distribuite tra le piantagioni in Africa, nei Caraibi e nel sud-est asiatico.
Anche se questa forma di schiavitù è vietata per legge, essa è difficile da sconfiggere perché radicata nella povertà e nelle tradizioni locali.

Servitù della gleba – Esistono ancor oggi delle forme di schiavitù che legano i braccianti ai loro proprietari terrieri. In questo caso non si tratta di debiti, ma di consuetudini radicate nelle tradizioni locali per cui individui, famiglie o interi gruppi sociali sono costretti a lavorare senza salario. I braccianti, infatti, non hanno l’effettiva proprietà della terra e possono coltivarla, solo se accettano di lavorare, su base permanente, per i proprietari terrieri. Nelle tenute più grandi vi possono essere
anche 100-200 lavoranti agricoli. Il compenso per il lavoro svolto non è in denaro, ma in buoni acquisto, che possono essere spesi solo in spacci che appartengono agli stessi proprietari.

Lavoro coatto – Secondo questa pratica persone sono reclutate illegalmente da governi, movimenti politici o privati e costrette a lavorare sotto la minaccia di violenze o altre punizioni. Anche questa forma di schiavitù colpisce soprattutto gli individui più deboli o svantaggiati – rifugiati, appartenenti a minoranze etniche, donne e bambini. In Myanmar, ad esempio, è pratica frequente che nelle regioni militarizzate che sono state teatro di combattimento con i gruppi di opposizione, l’esercito costringa gli appartenenti a minoranze etniche a lavorare gratuitamente per “progetti di sviluppo” quali la ricostruzione di strade, la costruzione o riparazione di accampamenti oppure in lavori agricoli per i militari. I capi villaggio sono tenuti a fornire settimanalmente all’esercito un certo numero di lavoratori e ne viene escluso solamente chi è in grado di pagare la propria esenzione. Il periodo lavorativo può andare da pochi giorni alla settimana ad una quindicina di giorni al mese, rendendo così impossibile ai lavoratori di guadagnarsi il sostentamento. Trasportare forniture militari è un altro tipo di lavoro coatto nei paesi colpiti da conflitti interni. I portatori sono spesso oggetto di maltrattamenti e crudeltà. La gravosità dei carichi da trasportare e l’alimentazione insufficiente, li possono sfinire a morte, specie se ragazzi. Si sono verificati casi in cui le persone forzate a lavorare per l’esercito sono state costretti ad entrare nei campi minati, usati come “detector umani di mine”, o siano state uccise, terminato l’incarico.

Traffico di schiavi
Le Nazioni Unite stimano che ogni anno circa 4 milioni di individui siano trasportati e venduti, con la forza o con l’inganno, per essere impiegati come schiavi in diverse forme di lavoro forzato, nel lavoro domestico, nell’accattonaggio o nella prostituzione. La maggior parte di loro sono donne e bambini. Nell’Africa Occidentale vi è di un’alta domanda di bambini, soprattutto ragazze, che dal Togo, il Benin e il Camerun, vengono instradati in Gabon o in Nigeria per lavorare nei mercati o per lavori domestici in aree benestanti intorno a Lagos (Nigeria) e a Libreville (Gabon). Bambini sottoposti alla brutalità della schiavitù domestica si ritrovano anche nei paesi industrializzati:
Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti, ecc. Dal Sud Asia al Golfo Persico la tratta serve a fornire bambini per le corse di cammelli. Nel sud est asiatico, le ragazze vengono vendute e comprate per la prostituzione.
Le vie del traffico passano attraverso percorsi disagevoli e pericolosi. Non di rado i bambini possono morire durante il viaggio (vedi a fianco).

Commercio sessuale di minori
La componente più importante del traffico di esseri umani è quella legata alla prostituzione e alla pornografia. Il commercio sessuale di minori è sempre esistito, anche se in radi diversi in quasi tutte le società, tuttavia negli ultimi decenni si è assistito al nascere e al consolidarsi di una fiorente industria del sesso in alcuni paesi di Asia, Africa e America Latina. Le cifre dell’Unicef parlano di almeno un milione tra bambine e ragazze nella sola Asia. L’età delle vittime del traffico tende sempre di più ad abbassarsi nell’errata convinzione che i bambini trasmettano meno facilmente malattie sessuali, quali HIV/AIDS. Eppure sono proprio le ragazze più giovani ad essere più a
rischio di contagio. Una volta ammalate esse vengono abbandonate a se stesse. Trattate come appestate molto difficilmente verranno accolte nei loro villaggi di origine.

 

La legislazione internazionale
” Nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù; la schiavitù e la tratta degli schiavi saranno
proibite sotto qualsiasi forma” (art. 4 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani)
La schiavitù è proibita dalla legislazione internazionale. Esistono due Convenzioni contro la schiavitù, la prima del
1926 e la seconda del 1956. La prima Convenzione, adottata dalla Società delle Nazioni, venne successivamente fatta
propria dall’Organizzazione delle Nazioni Unite ed emendata con un protocollo nel 1953. Altri trattati internazionali
specifici sono: la Convenzione sul lavoro forzato, del 1932, la Convenzione per l’abolizione del lavoro forzato, del
1957, la Convenzione per la soppressione del traffico di persone e il commercio della prostituzione, del 1949 ed
infine la Dichiarazione di Stoccolma del 1996, adottata durante il primo Congresso Mondiale contro il commercio
sessuale e lo sfruttamento dei minori.

Testo: © Amnesty International – Sezione Italiana – http://www.amnesty.it
Foto: © Paolo Sapio

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